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“E’ importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi.
Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste.
Tutte queste iniziative hanno valore ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole.
E le parole devono essere confermate dai fatti”

il 15 settembre 1993 giorno del suo 56esimo compleanno venne ucciso in un agguato di mafia Don Pino Puglisi. Sia il servizio pubblico che la emittenti televisive private non hanno ritenuto opportuno rendere omaggio a quest’uomo che con i suoi gesti ha ridato speranza a tutti noi. Questo è solo un mio modo per rendergli omaggio.

Non è un parroco come tanti infatti sin dai primi anni segue in particolare modo i giovani e si interessa delle problematiche sociali dei quartieri più emarginati della città.
Il suo desiderio fu sempre quello di incarnare l’annunzio di Gesù Cristo nel territorio, assumendone quindi tutti i problemi per farli propri della comunità cristiana. In questi anni segue pure le battaglie sociali di un’altra zona degradata della periferia orientale della città, lo “Scaricatore”, in collaborazione con il centro della zona dei Decollati gestito dalle Assistenti sociali missionarie, tra cui Agostina Ajello. Il 29 gennaio 1993 inaugura a Brancaccio il centro “Padre Nostro”, che diventa il punto di riferimento per i giovani e le famiglie del quartiere.
In questo periodo viene aiutato anche da un gruppo di suore, tra cui suor Carolina Iavazzo, e dal viceparroco, Gregorio Porcaro. Collabora con i laici della zona dell’Associazione Intercondominiale per rivendicare i diritti civili della borgata, denunciando collusioni e malaffari e subendo minacce e intimidazioni.

La creazione del centro sociale è il punto centrale nel film “Alla luce del sole” di Roberto Faenza vincitore, inoltre, del premio David di Donatello nel 2005.

Don Puglisi è il sacerdote della chiesa del quartiere e si accorge ben presto di una dura verità: i bambini della zona sono coinvolti nella malavita e molti hanno genitori mafiosi. Don Puglisi cerca quindi di cambiare la situazione, dicendo loro di andare a scuola, in chiesa e di non rubare. Ai ragazzi piace andare a trovare don Pino in parrocchia: è infatti un momento in cui si possono sfogare giocando, soprattutto a calcio. I genitori mafiosi, al contrario, sembrano non gradire gli insegnamenti del sacerdote: per esempio, ad un ragazzino di nome Domenico viene impedito di frequentare la parrocchia e addirittura, quando disubbidisce, egli viene frustato dal padre.

Padre Puglisi manda comunque dei messaggi chiari ai mafiosi di Palermo, facendo dei discorsi nella piazzetta della chiesa, ma non viene ascoltato praticamente da nessuno. Il suo messaggio per i cosiddetti “uomini d’onore” era di presentarsi “alla luce del sole” e di non agire nell’ombra.

Un film denuncia toccante, vero, angosciante e cruento. Nascondersi dietro scene “soft” non avrebbe reso la tragicità  e la grandezza dell’operato e dell’impronta lasciata da Don Pino Puglisi sul territorio e nella storia di Palermo. Una storia che tenta di abbattere una frontiera quella dell’illegalità, ai due lati opposti ci sono Don Pino Puglisi coraggioso e amorevole, allegro e giocoso e dall’altra parte “gli uomini d’onore” tutti d’un pezzo, autoritari e rigidi e divisi tra loro ci sono i bambini innocenti, bisognosi di una guida e animati dalla voglia di sapere e di imitare i modelli offerti. Don Pino si pone come un’alternativa, come un modello fatto di regole lo studio e la fede, ma anche di momenti di pausa dove divertirsi insieme giocando a calcio.

una parte dell’intervista fatta a Zingaretti dopo l’uscita del film, integrale su http://www.italica.rai.it/scheda.php?scheda=lucedelsole_intervista_zingaretti

Qual è stato il momento più emozionante della sua interpretazione?
Ho imparato a conoscere don Puglisi dalle testimonianze di coloro che gli erano più vicini. Era una persona straordinaria, un uomo di enorme fede, con un incredibile coraggio. Tuttavia, c’è un momento nel film in cui si sente tutto il dolore dell’abbandono. Ha un attimo di debolezza, pur essendo un uomo di chiesa, si preoccupa delle sue spoglie mortali e dice a Gregorio: ‘Non lasciate il mio corpo troppo tempo da solo.” Questa frase per me è la più toccante. Dimostra la disperazione, la sofferenza e l’umanità.

“Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno.
Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio.
Questa è un’illusione che non possiamo permetterci.
E’ soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani.
Lo facciamo per poter dire: dato che non c’è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa.
E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto…”

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